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Il piede torto congenito: protocollo di trattamento con Metodo Pancafit®

CENTRO STUDI SUPERIORE LEONARDO DA VINCI- BERGAMO
 

Tesi effettuata da Carmen Pelizzoli (Formazione Metodo Raggi®), studentessa c/o la Scuola di Massofisioterapia – Centro Studi Superiore Leonardo da Vinci di Bergamo A.A. 2001-2002

Questo è un abstract della tesi, il cui testo originale è composto da 58 pagine.
 
1. Introduzione
Il piede. Ventisei ossa di diverse dimensioni che collaborano tra di loro in un organico perfetto: poi tendini, legamenti, muscoli, tutti uniti al fine comune di far funzionare al meglio questa struttura così forte e nel contempo delicata nel suo equilibrio che la caratterizza. Si pone come tramite tra il suolo e il corpo umano. E’ proprio il piede a trasmettere l’energia espressa dal corpo durante la deambulazione, a adattarsi al suolo, a sopportare il peso del corpo e l’energia cinetica che si viene a produrre durante il movimento.
La risoluzione di una patologia, molte volte passa necessariamente attraverso un intervento chirurgico, ma la medicina moderna non deve limitarsi a curare la sintomatologia in modo analitico, ma bensì considerare la persona nella sua interezza, riportando in equilibrio tutte le sue funzionalità.
Lo scopo di questa tesi, è dimostrare che il trattamento con metodo Pancafit® , di una paziente affetta da patologia di piede torto congenito, può portare a notevoli miglioramenti di benessere e funzionalità globale. La patologia corretta chirurgicamente in età infantile e non più trattata adeguatamente fino alla maturità ossea, ha provocato difficoltà nella deambulazione con conseguenti dismorfismi. Il protocollo di trattamento utilizzato, metodo Pancafit®, ha la finalità di ripristinare in toto l’equilibrio posturale, di migliorare la gestualità motoria e non il solo recupero funzionale della parte lesa.
 
2. Materiali e Metodi
La paziente in esame presenta alla nascita una patologia di piede torto congenito di 3° grado all’Arto Inferiore sinistro.
 
Nome paziente: G. E.
Sesso: femminile
Data di nascita: 07.12.1955
Altezza: 160 cm
Peso: 48 kg
Professione: insegnante
 
Dopo 2 mesi dalla nascita, le viene applicato un’apparecchio gessato, di cui la paziente non ricorda la tipologia e la durata dell’applicazione. Successivamente non è stata effettuata nessuna terapia manuale o fisioterapica.
Nel 1957, la paziente ha subito un’intervento chirurgico di “achillotomia”, gli vennero poi applicati vari apparecchi gessati per i 6 mesi successivi all’intervento.
Fino all’età di 10 anni, la paziente ha utilizzato scarpe ortopediche con tutore plastico, in prossimità del tendine d’Achille ed ha eseguito costantemente della ginnastica correttiva generale, non specifica al recupero funzionale del piede e della gamba.
Negli anni successivi la paziente non ha più svolte terapie specifiche.
Nel 1991 la paziente inizia ad accusare parestesia, ipoastenia, ipotonia, disestesia al piede, alla gamba e alla coscia sinistra. In pochi mesi questi sintomi si sono aggravati al punto di limitare la deambulazione. La paziente si è quindi sottoposta a 2 cicli da 10 sedute di terapie strumentali, precisamente tens e ultrasuoni, senza ottenere apprezzabili miglioramenti.
Nel 1993 la paziente, accusa dolori anche alla zona cervicale e parestesie all’arto superiore destro, si sottopone quindi a terapie manuali secondo il metodo Mézières, ottenendo buoni miglioramenti, soprattutto a carico del tratto cervicale.
Nel 1999, la paziente inizia ad accusare dolori all’articolazione dell’anca e al ginocchio destro e alla zona lombare, pur continuando regolarmente i trattamenti secondo il metodo Mézières.
Nei primi mesi del 2001, avverte un progressivo peggioramento dei sintomi sopra citati, giungendo ad una generale limitata funzionalità. Nel mese di settembre, la sottoscritta inizia il trattamento della paziente.
 
Note: la paziente non ha subito nessun trauma o contusione rilevante, inoltre non è stata sottoposta a nessun intervento chirurgico.
La paziente non pratica attività sportiva, ma conduce uno stile di vita attivo.
Sono stati effettuati test specifici sui diversi muscoli del piede e della gamba sx, valutando il deficit o iperfunzionalità.
Viene stabilito con la paziente, che il trattamento verrà seguito per tre mesi, sottoponendosi a due sedute alla settimana per la durata di sessanta minuti.
Gli obiettivi di questo lavoro sono: riequilibrare gli scompensi posturali e il recupero di un’adeguata funzione, grazie ad un approccio terapeutico globale. Inoltre con questa metodica è possibile incrementare la capacità di percepire il proprio corpo, migliorare la coordinazione neuromuscolare e dunque le sinergie, la dinamicità, riducendo il rischio di traumi o l’assunzione d’atteggiamenti antalgici, che con il tempo possono trasformarsi in algie.
Dal colloquio con la paziente, emerge che in quel periodo, il dolore più invalidante era riferito alla zona cervicale, alla spalla e A.S. dx. La paziente lamentava inoltre parestesie all’A.S. e alla mano dx, capogiri, nausea acufeni, annebbiamento della vista, stanchezza, difficoltà di concentrazione.
Dall’analisi posturale si osserva che la paziente presenta iperlordosi cervicale e accorciamento della muscolatura, soprattutto della parte dx. L’obiettivo è lavorare per ripristinare la curva cervicale fisiologica.
Dopo una prima osservazione, si ritiene opportuno impostare un lavoro specifico relativo alla respirazione. La paziente, infatti, presenta difficoltà respiratoria, non causata da alterazioni all’apparato respiratorio, bensì da una limitata capacità di utilizzare il muscolo diaframma.
 
3. Risultati
Al termine del periodo di trattamento, la paziente descrive un leggero fastidio alla zona cervicale, soprattutto in circostanze di stanchezza; riferisce diminuzione del dolore dell’80%. Scomparsi i sintomi: di nausea, acufeni, capogiri, annebbiamento della vista e parestesie all’ arto superiore dx.
La paziente presenta maggiore mobilità del tratto cervicale, dell’articolazione scapolo-omerale e del tratto toracico, è in grado di respirare usando correttamente il diaframma, i muscoli respiratori accessori sono notevolmente meno contratti, gli atti respiratori sono più profondi, meno frequenti.
Inoltre, considerando l’analisi posturale iniziale, la paziente evidenzia diminuzione dell’iperlordosi cervicale e minore disparità tra gli spazi dx. e sx. dell’acromion e il lobo dell’orecchio.
Maggior stabilità ed equilibrio sugli A.I., una migliore distribuzione del carico sui piedi, e non avverte più il dolore al gluteo e agli ischiocrurali. La paziente, non lamenta più dolore nella deambulazione e nel rimanere a lungo in stazione eretta. Permane un leggero fastidio, nell’iperestensione del rachide lombare.
La deambulazione risulta essere più naturale, il carico sugli arti inferiori è ben distribuito. In stazione eretta la paziente ha perso quell’atteggiamento antalgico che la portava ad accorciare la muscolatura della parte dx., sopattutto a carico della gamba, coscia, ed articolazione dell’anca e del rachide.
La paziente, riferisce di avere più stabilità sul piede sx, di aver migliorato l’appoggio al suolo durante la deambulazione, quindi la qualità del gesto e la resistenza. Non avverte più parestesie, cedimenti, dolenzie sull’arto inferiore sx. Inoltre non avverte più fastidio e dolore durante il trattamento della cicatrice.
 
4.Conclusioni
La patologia del piede torto congenito, riportata da una paziente di 46 anni, non trattata opportunamente durante l’età evolutiva, ha causato nel corso degli anni notevoli scompensi posturali e problematiche a carico del rachide e degli arti. Ho lavorato con la paziente per tre mesi, proponendo questa metodologia di lavoro che ha considerato la persona nella sua interezza: i suoi muscoli, le sue ossa, i suoi pensieri e le sue sensazioni; la paziente ha acquistato maggiore mobilità alle articolazioni del piede quindi più facilità a muovere il piede su tutti i piani. E’ migliorata la capacità di eseguire movimenti di motricità fine con il piede e con le dita. Sono stati nuovamente testati alcuni muscoli del piede e della gamba ed è risultato che le contratture a carico dei muscoli: abduttore dell’alluce, flessore breve dell’alluce, flessore breve delle dita, flessore lungo dell’alluce, flessore lungo e breve delle dita, sono notevolmente diminuite. Si nota maggior trofismo ai muscoli della gamba: tibiale anteriore, tibiale posteriore, tricipite surale. La cicatrice non presenta più aderenze sottocutanee, il gonfiore presente nella zona dell’articolazione della caviglia è regredito.
La paziente ne ha tratto beneficio anche dal punto di vista psicologico, infatti, G.E. riferisce: “Il sentirmi bene senza dolori, mi ha ridato l’energia e la grinta che è tipica del mio carattere, ma che con il tempo si era affievolita, ora conosco veramente il mio corpo le sue innumerevoli potenzialità che vanno sfruttate si, ma con criterio e massimo rispetto del corpo stesso. Ho superato il disagio di questo handicap, ciò mi ha dato la forza di impegnarmi a fondo nel protocollo di trattamento e di sperare in ulteriori miglioramenti” G.E.